Thresholds

APSE, 2006
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

THE TWO DOORS, 1981
c-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

LARGE MYHRAB, 1989
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

LIGHT HOUSE, 2009
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

CANVAS, 2006
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

SKYLIGHT 03, 2003
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x120 (125x78)

THE THIRD DOOR, 2020
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

LIGHTSCAPE, 2003
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

ELSEWHERE 01, 2006
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

PYRAMID, 2006
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 125x200 (85x1255)

DOUBLE CHOIR, 2008
C-print face-mounted to plexiglas, aluminum / Archival pigment print, aluminum, framed
cm 200x125 (125x85)

  • ABOUT THIS SERIES

  • SOGLIE

     

    L’idea di Soglia appartiene in forme diverse a tutto il mio lavoro, sia nelle immagini ispirate all’architettura sia in quelle apparentemente più astratte. I concetti di limite, di assenza e di altrove sono espressi attraverso metafore dello spazio e simboli dei luoghi.

    Nelle immagini architettoniche riconosco la soglia in luoghi reali che interpreto come modelli di realtà: quel limite tra interno ed esterno, presenza e assenza, qui e altrove in grado d’indicare strade, esperienze e alterità possibili. Sono luoghi di transizione che connettono e separano, visioni simultanee d’interno ed esterno. La soglia è un confine che si affaccia su due mondi, dei quali l’uno non potrebbe esistere senza l’altro. Ciò che unisce, separa.

    Mi hanno molto colpito le parole di Pavel Florenskij che, pur lontane dalla mia Tradizione, sento vicine alla mia idea di soglia: “Secondo le parole della Genesi, Dio “creò il cielo e la terra” (Gen. I,1) e questa divisione di tutto il creato in due parti è sempre stata considerata fondamentale. Così nella confessione di fede chiamiamo Dio “Creatore delle cose visibili e delle invisibili”. Questi due mondi -il visibile e l’invisibile- sono in contatto. Tuttavia la differenza tra loro è così grande che non può non nascere il problema del confine che li mette in contatto, che li distingue ma altresì unisce. Come si può intenderlo?

    I luoghi che fotografo sono disabitati, immobili, sospesi nel tempo. È come se l’uomo vi fosse inscritto senza essere mai esplicitamente nominato, come se già lo contenessero, quasi ne fossero le emanazioni spaziali.
    La mia predilezione per i luoghi di transizione forse vuole indicare anche che la Fotografia, in quanto linguaggio simbolico, può essere pensata come soglia tra il Reale visibile e i suoi molteplici livelli d’interpretazione, limite e punto di coincidenza tra materiale e immateriale, visibile ed invisibile, reale e possibile. La Fotografia è un’interfaccia, la soglia tra l’Io e il Reale.

    Silvio Wolf, 2011

     

     

    Le Due Porte

    Quest’opera esplora i concetti di Soglia, Limite e Altrove attraverso una riflessione concettuale ed esperienziale. Essa riguarda profondamente un luogo reale, che esiste senza essere direttamente visibile, né il mezzo fotografico è in grado di rappresentarlo: l’invisibile spazio delimitato da una doppia soglia, uno spazio mentale che si identifica nell’assenza di luce e nei limiti che lo definiscono.  

     

    Spazio Mentale –

    Ciò che rappresento
    è immagine visibile
    del mio pensiero.

    Del pensiero che vede
    e si riconosce
    in ciò che già è.

    Coincidenza di posizione

    fisica e mentale.
    D’essere e spazio.

    Luoghi di transizione.
    Interno ed esterno.

    Opposizione complementare
    d’antagonisti ubiqui.

    Svelo il mondo
    del non veduto.

    Rappresento ciò che non so.

     

    L’idea di Soglia appartiene in forme diverse a tutto il mio lavoro, sia nelle immagini ispirate all’architettura, sia in quelle apparentemente più astratte. I concetti di limite, di assenza e di altrove sono espressi attraverso metafore dello spazio e simboli dei luoghi.

    Nelle immagini architettoniche riconosco la soglia in luoghi reali che interpreto come modelli di realtà: quel limite tra presenza e assenza, qui e altrove in grado d’indicare strade, esperienze e alterità possibili. Sono luoghi di transizione che connettono e separano, visioni simultanee d’interno ed esterno. La soglia è un confine che si affaccia su due mondi, dei quali l’uno non potrebbe esistere senza l’altro: ciò che unisce, separa.
    I luoghi che fotografo sono disabitati, immobili e sospesi nel tempo. È come se l’uomo vi fosse inscritto senza essere mai esplicitamente nominato, come se già lo contenessero quasi ne fossero le emanazioni spaziali. La mia predilezione per i luoghi di transizione vuole forse indicare che la Fotografia, in quanto linguaggio simbolico, può essere pensata come soglia tra il Reale visibile e i suoi molteplici livelli d’interpretazione, come limite e punto di coincidenza tra materiale e immateriale, visibile ed invisibile, reale e possibile. La Fotografia è un’interfaccia, la soglia tra l’Io e il Reale.

     

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    Le due porte
    di Gibril Naifar

     

    Contesto geografico:
    scattata in Nord Africa (Marocco): un edificio in rovina col tipico arco ogivale che incornicia il deserto sullo sfondo (informazione ricavata da interviste e mostre dedicate)

    Esposizioni chiave:
    Le Due Porte, Fotografia Italiana, Milano 2001 
    Thresholds, Robert Mann Gallery, New York 2006 

    Pubblicazione:
    Le Due Porte / The Two Doors (Charta, 2003), monografia con testi di Lyle Rexer, Franco Vaccari e Anna Strada

     

    L’immagine lavora su una doppia soglia.
    La prima cornice, nera, è il ritaglio ogivale di un edificio antico: un vuoto totale che assorbe ogni dettaglio dell’interno.

    Al centro di quel buio compare il secondo rettangolo, perfettamente luminoso, che mostra un paesaggio arido e piatto; all’orizzonte, una sottilissima striscia di palme introduce un’idea di vita. La fotografia è dunque strutturata come un “quadro nel quadro”, ciò che dovrebbe essere lo sfondo (il deserto) diventa l’unico spazio leggibile, mentre ciò che dovrebbe essere il primo piano (l’architettura) si rovescia in assenza visiva.

    Questa inversione mette in crisi la logica consueta del vedere: per accedere alla luce dobbiamo attraversare un buio che non concede appigli.
    La cornice interna, rettangolare, sembra un monitor acceso nel buio di una stanza; l’occhio contemporaneo lo legge come dispositivo, finestra digitale più che apertura reale.
    Wolf solleva così la domanda su che cosa sia oggi un “fuori” e un “dentro”: la visione è mediata da strati di inquadrature, ogni soglia promette una realtà che immediatamente si rivela altra e più distante.

     

    • Punto di vista personale
    Scelgo quest’immagine perché dialoga con i miei temi di progetto: Vuoto e Infinito.
    Il vuoto è il nero assoluto che cancella l’interno; l’infinito è il paesaggio che si apre dietro, vasto e impersonale.
    Fotografare significa per me sostare su questi bordi: capire che ogni volta che apro “una porta” ne trovo subito un’altra, e il vedere diventa un atto di scavo dentro cornici successive.

    • Possibile reinterpretazione
    Potrei allestire due pannelli retroilluminati: davanti una lastra opaca a forma di ogiva, dietro un video loop di un orizzonte che cambia luce. Lo spettatore, muovendosi, vedrebbe il paesaggio mutare ma resterebbe bloccato nella stessa oscurità: un’esperienza fisica del “guardare attraverso” senza mai arrivare davvero dall’altra parte.

     

     

    Grande Myhrab

    Il Myhrab è la nicchia Islamica della preghiera che indica la direzione dello sguardo verso il luogo più sacro della Tradizione Islamica. Il Myhrab non è significativo in sé stesso, ma per il vuoto individuato dalla propria assenza: il vuoto reso visibile. Esso rappresenta il più straordinario modello simbolico che io abbia mai incontrato: quello della presenza dell’assenza.
    Nel Grande Myhrab la nicchia può essere percepita sia come forma concava, sia convessa: in un caso è un’assenza, nell’altro un’illusione. É il frutto d’una doppia percezione e negazione, perché non è né un luogo né una cosa. Esso manca nello spazio in cui si trova e attraverso quest’assenza rappresenta un luogo altro da sé, lontano e non visibile: un vuoto che indica un altrove.
    Penso che il Myhrab sia il simbolo in grado di donare all’uomo il potere dell’ubiquità, perché consente – al credente – di essere qui e là nello stesso momento. È il luogo della virtualità, un atto di fede, l’illusione allo stato reale.
    È impressionante il valore metaforico che il Grande Myhrab sa esprimere nei confronti della Fotografia: così come esso indica una doppia virtualità, la Fotografia, ogni fotografia, è e non è ciò che ci mostra: guardiamo e vediamo oltre e altrove attraverso di essa: noi vediamo l’immagine e pensiamo all’oggetto. La Fotografia è reale e assieme virtuale: la realtà cui allude è al di là dell’immagine, ma trasmessa attraverso di essa. La Fotografia è l’illusione allo stato reale ed il Reale allo stato virtuale.