La Realtà
2016
La Realtà
Beppe mi ha chiamato a dialogare con Silvio Wolf perché conosce la stima che ho per il suo lavoro, ma soprattuto perché si tratta di fotografie.
Infatti siamo abituati a considerare lo statuto della fotografia come qualcosa di diverso dallo statuto dell’Arte, perchè la Fotografia attiene alla realtà, viene considerata un Indice del Reale, ne è considerata uno specchio, una traccia. La Fotografia è per lo più intesa come tecnica che ci restituisce il Reale.
Per questi motivi siamo ancora culturalmente poco disposti a trattare una mostra di fotografie come una mostra d’arte, laddove per Arte si intende la creatività e l’immaginazione pura.
Ed in un certo senso è vero perchè, come scrive Roland Barthes in La camera chiara: “Nella fotografia non posso mai negare che la cosa sia stata là.”
Eccomi dunque a giudicare in qualità di fotografa una mostra che non è però una semplice mostra di Fotografia. Perchè Silvio Wolf è un artista concettuale che riflette sulla fotografia e sulla percezioni; invece della Realtà ci restituisce inganni percettivi.
È vero che il punto di partenza delle immagini di Wolf è la luce reale (solare o artificiale che sia) che ha lasciato la sua traccia sul negativo.
Però Wolf non ci presenta la Realtà per così dire “illuminata”, ma ragiona sulla luce e usa la fotografia per spiazzarci, per confonderci.
Utilizza punti di vista non convenzionali. In Icone di Luce fotografa di lato, e quindi storti, rendendoli romboidali, dipinti antichi su cui la luce si riflette e nasconde la pittura. La luce ha generato la fotografia ma ha distrutto l’immagine pittorica.
Anche in questa mostra ci costringe ad uno spiazzamento percettivo quando rovescia la foto dei lucernari o stampa la porta a scacchi in negativo e noi non percepiamo più il dentro e il fuori, come in un disegno di Escher.
Questi inganni percettivi sono momenti di riflessione sulla Fotografia e sul nostro modo di guardarla.
Fa un’operazione contraria a quella della Fotografia narrativa o documentaria.
Mentre la Fotografia, a partire dalla sua invenzione, ha cercato di rendere visibile il reale, per Wolf la Fotografia non rappresenta il mondo, ma lo ri-crea.
La Fotografia attraverso la luce crea nuove realtà, nuovi corpi spaziali che a loro volta sostituiscono la Realtà.
Nel processo infinito dell’apparizione ingannevole e della scomparsa del reale, noi siamo puri ricettori passivi rispetto alle immagini e alla loro capacità di sostituirsi alla realtà.
“L’alienazione dall’esperienza del reale è il nostro stato esistenziale e dobbiamo tenerne conto”, dice Wolf.
In questa mostra appaiono Soglie in cui si confondono il pieno col vuoto, il dentro col fuori. “Sono immagini in cui Wolf scrive un‘assenza, un altrove, un al di là; indica qualcosa che non c’è”. Qualcosa che sta al di là della soglia.
Il tema della Soglia è sempre presente in Wolf, ed è una metafora della vita: si entra nella vita, si attraversa la vita, si arriva alla soglia della vecchiaia e si esce dalla vita attraverso la soglia che porta all’al di là.
Intervista
Come hai voluto rappresentare in questa mostra la tua idea di Soglia?
Questa mostra nasce da due considerazioni correlate tra loro: la prima è la natura dello spazio, la successione delle tre sale e il percorso che indica fisicamente e percettivamente a chi vi entra. La seconda e la terza sala possono essere visitate infatti solo dopo aver attraversato la prima, e questo dato esperienziale mi ha guidato nell’intento di realizzare la mia prima retrospettiva in una galleria privata in Italia; sentivo infatti da tempo il bisogno di ordinare e collegare cicli di lavori che, con modalità diverse, affrontassero un problema che avverto in tutto il mio lavoro: quello della Soglia.
Come hai scandito la fruizione delle immagini lungo la mostra?
Ho aperto la mostra col ciclo “Orizzonti”, perché rappresentano fisicamente e metaforicamente l’inizio di tutto il processo, ciò che accade prima di scattare la prima fotografia, là dove l’immagine è già presente in potenza e in atto simultaneamente, come se attuasse il codice stesso del fotografico prima che l’arbitrio umano dia vita alle immagini ottiche. In sostanza il linguaggio sembra auto-definirsi e darsi forma senza bisogno dell’atto fotografico; questi luoghi simbolici del processo fotografico sono rappresentazioni purissime ed essenziali del Linguaggio: scritture di Luce, “photo-graphs without pictures”.
La seconda sala affronta il tema dello Spazio da un punto di vista percettivo ed esperienziale. L’apparente ambiguità delle tre immagini presentate affronta il processo di trasformazione dello spazio architettonico tridimensionale in quello virtuale e bi-dimensionale della visione fotografica, dove la terza dimensione si rivela essere solo mentale: quella che l’osservatore attribuisce all’immagine per ri-figurarla all’interno della propria mente. Proprio perché sappiamo che si tratta d’immagini analogiche, “ri-presentazioni” di luoghi reali, vogliamo credere ad esse, ma come? Cerchiamo il bandolo di una matassa visiva attraverso la nostra esperienza dello spazio e delle sue immagini, crediamo all’inganno ascrivendogli valore di verità: di Realtà. Lo spazio è così, ma è anche in molti altri modi: tanti quanto siamo in grado di vedere, interpretare e comunicare. La realtà è infinitamente complessa e complesse sono le forme attraverso le quali si manifesta, così come lo sono le modalità della sua interpretazione.
La terza sala affronta ulteriormente l’idea di spazio attraverso gli Skylights, luoghi di transizione tra interno e esterno, presenza e assenza, vuoti e pieni assieme. Essi costringono l’osservatore a scegliere la propria posizione, ad essere qui o là, ad occupare quel varco tra interno ed esterno, tra terra e cielo da dove è possibile avere una simultanea visione di entrambe: sulla Soglia, appunto.
Nella costruzione di questo percorso ho avvertito la grande rispondenza dello spazio architettonico della galleria, che ha avvolto e intenzionato il lavoro all’interno di limiti spazio-temporali molto precisi, scanditi e perfettamente abitabili.
Hai scritto che anche la Fotografia può essere considerata la Soglia tra materiale e immateriale, il visibile e l’invisibile, un’interfaccia, la soglia tra l’Io e il Reale. Si può leggere tutto il tuo lavoro come una riflessione filosofica sulla Fotografia?
Ritengo la Fotografia, una forma simbolica del pensiero attuata attraverso l’esperienza, là dove questi due aspetti fondamentali della nostra vita entrano in campo simultaneamente, in una relazione reciproca. Il medium che sta tra l’Io e il Mondo è anche il -mezzo- che consente di attuare lo scambio simbolico
La Fotografia è per me un modo per pensare visivamente e per interpretare gli oggetti reali del mondo, quelli che incontro nella mia quotidianità, dando loro (e scoprendolo insito nella loro sostanza) valore simbolico: chiamo questa pratica una forma di “esegesi del reale visibile”. L’oggetto fuori di noi diventa/è lo specchio che selezioniamo e riconosciamo nell’infinita varietà e molteplicità dell’esistente per rappresentarci attraverso di esso. E’ davvero misterioso come la percezione e lo sguardo possano modificare l’oggetto osservato fino a produrne “una nuova realtà”, un nuovo oggetto reale e virtuale assieme, che può generare forme molto speciali di comunicazione. La Fotografia è una disciplina che collega intuizione e consapevolezza, pensiero ed esperienza, Presente e Altrove.
Nel commentare il ciclo Meditations, fotografie nere a specchio retro-illuminate, atemporali e aspaziali (con voci registrate che scandiscono nomi) e Soglie a specchio, spieghi che “l’eccesso di informazioni ha annerito la superficie fotosensibile”. Ha annerito anche la nostra percezione del reale?
Credo che la condizione bulimica nella quale viviamo immersi, circondati e inondati da un numero ormai tendente all’infinito d’immagini, ci stia conducendo paradossalmente verso forme di cecità visiva della Realtà, in quanto sempre più indotti a scambiare le immagini per la realtà stessa. Meditation, la mia prima fotografia completamente annerita dall’eccesso d’informazioni essendo stata esposta a un numero così grande di negativi fotografici da non poterne raffigurare neppure più uno in modo distinguibile, restituisce un’immagine ad essa esterna: quella dello sguardo dell’osservatore che vi si riflette e vi può vedere, immaginare e pensare ciò che vuole. La fotografia non rappresenta più un altrove spazio-temporale, ma piuttosto lo specchio del pensiero e della visione umana nel tempo presente dell’esperienza. Quindi il tempo dell’osservazione di chi si pone al cospetto dell’opera diventa l’esperienza diretta, sul campo, eroica, di chi vuole ancora guardare, capire, pensare. Meditation instaura un nuovo -hic et nunc- della fotografia, ripensata attraverso il tempo e lo spazio di chi è al cospetto dell’opera e non più la narrazione, mediazione del fotografo; il Soggetto è attivamente implicato in questo processo e la presenza di colui che osserva è fondamentale, perché solo dal suo punto di vista potrà essere attribuito senso e spessore a ciò che si osserva. Dopo quasi due secoli di assorbimento della luce e della conseguente raffigurazione della realtà data, chiedo alla Fotografia di cominciare a restituire una parte della sua luce, consentendoci finalmente di vedere e non solo ri-vedere, parlandoci non del fotografo ma di colui che (si) osserva nell’atto consapevole di guardare: la Fotografia è contemporaneamente uno specchio del mondo e di sé stessi.
Cosa pensi della capacità delle immagini di sostituirsi totalmente alla realtà e di questa perdita dell’esperienza in favore di una ”Processione di simulacri”?
Penso che la proliferazione esponenziale delle immagini che ci circondano e il numero di “fotografi” dilatatosi a dismisura, al punto che oggi -tutti- sono in condizione di produrre fotografie, stia dando vita ad un fenomeno assolutamente paradossale: la fotografia è diventata un linguaggio automatico universale, il cui linguaggio non dipende più da chi le produce, né dalla sua consapevolezza, ma dal sistema, i mezzi e le reti che le attuano, rendendole fruibili. Se gli scimpanzé sono ora in grado di scattare fotografie tecnicamente corrette e il nostro pianeta si va ricoprendo di immagini del reale in un numero superiore a quello degli oggetti rappresentabili, lo stesso concetto di realtà visibile va riconsiderato.
Che rapporto c’è tra l’oggetto della foto, il Referente, e il soggetto che osserva la foto?
E’ forse importante notare come la Fotografia, in quando mezzo di mediazione visiva tra noi e il reale, stia assumendo un ruolo così importante da affidargli il pensiero e l’interpretazione di cosa sia considerato “reale” da parte del soggetto. In questo senso l’esperienza delle fotografie si sta sostituendo a quella della Realtà: guardando un’immagine, il referente può quasi svanire, diventare un lontano rumore di fondo reso riconoscibile solo dal contesto nel quale si attua la narrazione visiva e dal canale di comunicazione che veicola le informazioni.
La fotografia è sempre più la Soglia tra Soggetto e Realtà data, così che essi potrebbero non incontrarsi più senza questa sottile, magica, misteriosa e densa mediazione linguistica ed esperienziale.