in Conceptual fine Arts, April 16 2019

Attraverso i Loro Occhi

 

Chi era l’agiato uomo di mezz’età elegantemente vestito, rispettabile e dall’aspetto curato che posava immobile al cospetto del Tintoretto?

Chi contemplava le età della propria vita e le vicende che l’avevano condotto a trovarsi in quel luogo a quell’ora davanti al pittore affinché quel ritratto, ancora vietato ai suoi occhi, gli sopravvivesse attraverso lo sguardo dell’artista?

Quale immagine di sé proiettava nella piatta figura che avrebbe donato vita eterna alla sua caduca esistenza?

Tutti gli avvenimenti, i casi e le necessità del tempo e della storia, le scelte fatte e non fatte, le decisioni prese, le rinunce, i rimorsi, i dubbi, i fatti accaduti nella loro tragica, irripetibile esattezza, l’avevano condotto ad essere quel Ritratto d’Uomo. Sapeva che offrendosi all’occhio, la mano e al cuore dell’artista avrebbe cessato d’essere colui che credeva di essere per trasformarsi in chi l’altro avrebbe voluto che lui fosse.

Eccolo dunque farsi immagine, cedere e svanire, arrestarsi, posare e apparire nel flusso del tempo e della storia, trasformando corporeità e spirito nella visibile proiezione dell’Altro: di chi dipingendolo sottraeva per restituirgli, carpiva per donargli, limitava per renderlo in-finito, trasformandolo in icona dell’essere, dell’essere stato e del poterlo essere nuovamente.

Vissuto, morto e sepolto verso la metà del XVI Secolo, quell’Uomo è ora sospeso sulle pareti del Metropolitan Museum di New York al cospetto di migliaia di sguardi che osservano lui e non lui, lui ma non lui; l’Uomo e l’altro Uomo, l’artista e il suo modello, lo schermo e lo specchio.

L’Uomo del Tintoretto è il futuro del passato, l’artista che si rappresenta attraverso l’altrui corpo virtuale, le ceneri impastate con olio su tela; il tempo di quegli occhi vivi, immobili e profondi che convocano ciascuno nel presente della vita.

Nelle nobili sale della Lehman Collection, là dove solo ciò che dovrà essere ricordato, celebrato e ammirato, protetto e studiato troverà posto per l’umana celebrazione della Storia dell’Arte, l’Uomo e il Tintoretto si sono scambiati e riflessi identità e persona, vivendo per sempre confusi nel loro Portrait of a Man.

Contemporaneamente alla Gagosian Gallery un altro uomo affiora dall’alchemico impasto di tempo e di olio su tela, un altro volto ritorna alla luce: quello dell’autoritratto di un pittore raffigurato da un altro pittore.

Due uomini mai trovatisi l’uno al cospetto dell’altro, la luce dei cui occhi non si era mai posata sui reciproci sguardi, ricreano la propria immagine: è il ritratto ad olio dipinto da Georg Baselitz ispirato all’autoritratto a matita di Lucio Fontana.

Il pittore dà vita al suo volto raffigurandolo nella densità luminosa della tormentata e materica pittura ad olio, meditativamente sospeso, immobilmente capovolto. Nella bianca cattedrale laica dell’arte contemporanea, dove le immagini sono celebrate, scambiate e protette, un universo di volti dipinti rivela quello di artisti auto-ritratti, che Baselitz ricrea con pensiero e grafite, sguardo e pastello, olio e immaginazione.

Ancora una volta l’immagine compie il miracolo della figurazione e della sostituzione, dell’impegno e della sfida; riporta in vita e ci ricorda la morte attraverso l’immane potere d’asserire il presente, raffigurando sempre e solo il passato.

Gli uomini si sono fatti immagine di ogni cosa”  [1] visibile e invisibile, dei propri corpi, dei volti e degli sguardi, dei desideri e delle attese, delle paure e dei sogni.

Attraverso il culto della rappresentazione, dell’identificazione e dell’inganno, dell’essere e del divenire, può un’immagine esprimere in forme finite ciò che invece scorre incessantemente e muta a ogni nuovo sguardo?

Se ciò che vediamo è forma sensibile del nostro pensiero che si riflette in ciò che già è, come possiamo raffigurare quanto esiste indipendentemente da noi?

Se essere e non essere sono la simultanea condizione dell’Io in cerca d’eternità, cosa si cela nell’Infinito presente dell’umana apparenza?

Cosa ci conduce incessantemente a fare immagine: a farci immagine?

Come matura l’idea di un’opera? Questo rimane il più misterioso, il più sfuggente dei processi. Si direbbe che si sviluppi indipendentemente dal nostro controllo, nel subconscio, dove l’idea cristallizza all’interno delle pareti della nostra anima”. [2]

 

[1] in Wim Wenders, Così Lontano, Così Vicino, 1993, l’Angelo Raphaela all’Angelo Cassiel.
[2] In Andrei Tarkovsky, Scolpire il Tempo, 1986